A cup of books!

Un libro all'ora del tè


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I mai recensiti e altre cose belle

In questi due mesi che mi separano dall’ultimo post del blog sono successe diverse cose belle, libresche, intendo. Allora ve le dico. Anzi, ve le scrivo. Alcune le abbiamo citate anche io e la Vale durante la puntata domenicale di #Citofonare5punto9, ma le voglio proprio mettere nero su bianco, così rimangono storia, la mia.

Il 20 settembre, tanto per citarne una, ho avuto l’onore di presentare, insieme alla bravissima Elena, la libraia della Mondadori di Carpi, un’ autrice che difficilmente dimenticherò.

Lei è per molti la sorella di Pif, regista di La mafia uccide solo d’estate (e altro…), ma credo che questo romanzo la consacri ad essere solo e semplicemente la bravissima Manuela Diliberto. Una storia ambientata nel 1911, quindi immediatamente prima dello scoppio della guerra mondiale che ha segnato la storia del mondo . Una storia d’amore e di coscienza, una storia di coraggio mancato e di rassegnata accettazione delle differenze. Giorgio e Bianca, un socialista di facciata e una comunità militante si incontrano e capiscono che da quel momento la loro vita potrebbe radicalmente cambiare, nella direzione della felicità. Ma non sempre è possibile lasciarsi trascinare da eventi e sentimenti, quando il tuo mondo e le tue convinzioni gridano più forte. Un diario intimo, quello di Bianca, con cui Giorgio si confronterà cinquanta anni dopo grazie alla penna esperta, fluida e profonda di una scrittrice che non potrà che avere ancora tanto successo. E se amate il fratello ecco che nel libro trovate anche un suo bel contributo! Non perdetevelo…ah, sia chiaro, qui serve un lettore un po esperto, Ok? E non dite che non vi avevo avvertito!

L’ oscura allegrezza di Manuela Diliberto . La Lepre Edizioni. 2017

Prosegue la mia cronaca con un’altra data, mooolto recente: 2 Novembre 2017. Anche in questo caso si tratta della mia presenza, insieme alla fedele Vale di #citofonare5punto9, come intervistratrici in occasione di una serata del MammutFilmFestival. Ma quanto sono bravi Matteo, Riccardo e Martina! Sono i promotori di questo festival dedicato ai cortometraggi; è alla seconda edizione e davvero ho avuto l’occasione di vedere quanto sono bravi. Abbiamo presentato il libro da cui si è ispirato il corto che ha vinto la scorsa, nonché prima edizione del festival . La folle corsa di Antonio Savoldi, è un saggio che affronta il tema della sicurezza stradale com particolare attenzione ai protagonisti minorenni di questa drammatica realtà.

Una serata importante, densa di contenuti e di emozioni. E il bravissimo Cristian Benaglio, regista del corto, ha saputo davvero farsi promotore a suo modo di una grande ed importante campagna di sensibilizzazione. Un corto bellissimo, di grande qualità! Ma che bello il MammutFilmFestival!

La folle corsa di Antonio Savoldi. Editore Marco Serra Tarantola

Altro? Mumble mumble..ah si, ma certo! La Virgi ha eletto questo a suo libro preferito:

Lo stiamo leggendo da mesi…per fortuna a breve saremo nel periodo giusto…minha sempr messo un po a disagio leggerlo con il termosifone spento!

Un regalo per Babbo Natale di Alessia Zucchi. Editore Edibimbi

Vi piacciono le liste? Io le adoro. Ecco ve ne faccio una breve! I libri letti in questi mesi e mai recensiti, li conoscete? Li avete letti? Ne volete sapere di più? Scrivetemi!

Il mare dove non si tocca di Fabio Genovesi ed. Mondadori

Pulvis et umbra di Antonio Manzini. Sellerio editore

Confessioni di un ubriacone dai piedi buoni di Nicola Cavagnaro. Editore Meridiano Zero

Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Editore NNE

La locanda dell’ultima solitudine di Alessandro Barbaglia. Mondadori

Magari domani resto di Lorenzo Marone. Mondadori

Le siamesi di Alessandro Berselli. Editore Elliott

Ma quanti sono?? La lista non è finita! Mi fermo qui, ma solo per oggi!

Ciao lettori!


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DUE MOGLI 2 AGOSTO 1980 di Maria Pia Ammirati

2mogliHanno quasi quarant’anni. Si chiamano Marta e Matilde. Marta è emancipata, mette gonne corte, trucco evidente. Ha cinque figlie, un marito infedele e una passione per le riviste femminili. Passione che condivide con Matilde, vicina di casa e amica; due figli maschi, un marito fedele e noioso, puntiglioso e metodico. Gonne sotto il ginocchio, senza trucco e senza particolari slanci di qualsivoglia natura. Due mogli, due amiche, una l’opposto dell’altra. Il 2 Agosto 1980 la famiglia Di Giacomo, Matilde, il marito e i due figli maschi, parte per le vacanze. Lascia Roma come ogni anno, di mattina alla stessa ora. La stessa mattina Marta scopre di essere incinta per la sesta volta e si reca all’ospedale, il marito invece come ogni mattina va in negozio, una boutique di sua proprietà, e incontra l’amante; le figlie sparse chissà dove. E’ sempre il 2 Agosto del 1980. Gianna, è la figlia maggiore di Marta. Studia a Bologna e per mantenersi lavora al bar della Stazione Centrale. Ma non quella mattina: c’è un importante seminario di Filologia Romanza che Gianna proprio non può perdere e ha cambiato il suo turno con Anna Rosa, la collega siciliana che ad un turno di notte non dice mai di no, perché è pagato bene. A Bologna vive anche Marina, vent’anni, una bella ragazza, fidanzata; in seguito ad un incidente sul precedente lavoro, trova un ottimo posto come impiegata amministrativa alla Stazione Centrale di Bologna.

E’ sempre il 2 Agosto 1980. Sono le 10,25. I vetri dell’aula in cui Gianna sta seguendo il corso del professor Antonelli, tremano, tintinnano e a tutti sembra di “sentire l’eco di un colpo lontano, cupo, un rantolo”.

Sono da poco passate le 10,25 e la famiglia Di Giacomo, viaggia in direzione mare quando un’edizione straordinaria del radio giornale annuncia di un grave incidente alla stazione di Bologna, forse lo scoppio di una caldaia. In quell’esatto momento, l’annuncio di quello scoppio segnerà anche il loro destino.

Nessuna caldaia, come sappiamo. Non un grave incidente. Bensì un disastro. Un’ecatombe. Una strage. La strage. Il 2 Agosto 1980, mentre qualche diabolica mente, e qualche diabolica mano, macchinavano ed eseguivano una tra le peggiori azioni di cui mai in Italia si è sentito parlare, persone andavano in vacanza, come la famiglia Di Giacomo, altri semplicemente a lavorare, come ogni mattina; così Marina nel blocco della Stazione Centrale di Bologna, proprio quello colpito dalla violenta esplosione. C’è chi al lavoro doveva andare ma per un caso fortuito non è andato, come Gianna che porta dentro di sé lo strazio della morte di Anna Rosa, che lavorava al posto suo al bar proprio adiacente alla sala d’attesa della seconda classe, luogo dell’esplosione.

Una mattina normale, un giorno caldo di Agosto. E’ il 1980. A poca distanza da quel giorno compivo il mio primo anno di vita. Non ho ricordi, solo memoria di racconti degli adulti che hanno vissuto, indirettamente, attraverso la televisione, questo indelebile segno vergato sulle pagine della storia della nostra nazione. E così, con una penna delicata ma sicura, drammatica e a tratti commovente, Maria Pia Ammirati, dall’alto della sua esperienza di scrittrice, ci consegna questo punto di vista quotidiano, normale, semplice, comune. Come comuni sono i suoi protagonisti, che potremmo essere noi, lettori. Uno sguardo sulle vite di chi la strage l’ha sfiorata e ne porta ancora addosso schegge dolorose, e un pensiero rivolto a chi la strage se l’è portato via, lasciando altrettante schegge brucianti sulla pelle e nel cuore di chi è rimasto. Una sola storia, tra le altre veritiere e plausibili, è una testimonianza, vera, drammatica. Marina ce l’ha fatta; è vittima ma sopravvissuta, testimone e memoria storica, viva, di quanto è accaduto.

L’autrice non risparmia il lettore; le schegge di quella deflagrazione arrivano dritte a chi legge. Lo fa, e lo fa bene. Smuove e fa riflettere. Ferisce per scuoterci, e a me sembra urlare “Hai dimenticato, lettrice?”. Non dimentichiamo, anzi, con Maria Pia Ammirati torniamo a quei giorni, e ci attacchiamo alla storia. Non solo alla storia dei suoi personaggi, ma alla storia del nostro paese. E alla nostra storia personale: una riflessione sul destino che ci lascia, in silenzio, a meditare su quanti pochi istanti servano per cambiare, migliorare o peggiorare, interrompere una vita. Attimi, millesimi di secondo. E siamo altro, o non siamo più. Il destino, un mistero insondabile, incomprensibile alle volte, talvolta beffardo, a volte benevolo. Quel giorno era vestito di nero. Il 2 Agosto 1980.

 

Due Mogli 2 Agosto 1980 di Maria Pia Ammirati_Mondadori_2017_139 pagg

 

 


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LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti  

Se siete in vacanza e non avete ancora scelto cosa leggere, ascoltatemi bene oggi. Ho il consiglio giusto per voi! Se siete a casa e passerete l’estate a rilassarvi sul divano con l’aria condizionata e non volete saperne di valige, aerei, code, spiagge etc…bene, avete bisogno di un buon libro. E io oggi ho il consiglio giusto per voi! Vi aspetta un volo interminabile, siete fermi in colonna in autostrada, siete in mare aperto in barca a vela, su un ghiacciaio, in aperta campagna, su un fiordo, in moto lungo la route 66, state nuotando in un cenote, o cenando coi piedi sulla sabbia…insomma, dove vi pare?! Vi serve un libro, anzi no, vi serve questo libro! 

Perché LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti è un romanzo di cui tutti hanno bisogno. Esagerata come sempre, state pesando! No, o forse si, ma che importa! Io l’ho finito poche ore fa e sono ancora nella fase ‘E adesso come faccio…”

Insomma, un premio Strega 2017 tutto meritato, ma per un motivo particolare. Questo è un romanzo per tutti. Che si rivolge a tutti e ha qualcosa da dire a chiunque si addentri tra queste pagine.

Un romanzo di formazione, possiamo definirlo così. Bruno e Pietro sono amici. Migliori amici. Si conoscono da bambini a Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. I genitori di Pietro sono da sempre amanti della montagna, le loro vette sono quelle delle Dolomiti, le quali hanno anche assistito  al loro matrimonio celebrato ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Bruno è nato a Grana, i genitori anche, e i nonni e sicuramente i nonni dei nonni. Non ha visto altri luoghi al di fuori di questo e di tutti sentieri, le valli, i laghi, i fiumi che risiedono ai piedi del Monte Rosa. Pietro abita a Milano e passa tutte le estati a Grana. Bruno porta al pascolo le vacche, si occupa delle forme di toma, e passa gli inverni in attesa di Pietro. E ogni estate, per tutta la loro infanzia e parte della loro adolescenza, la passano insieme. Tra avventure nei boschi, irruzioni in ruderi abbandonati, giochi nei fiumi, vere e proprie esplorazioni di ogni singolo angolo di quelle montagne, crescono. Crescono sotto l’attenta guida delle montagne. E di Gianni, il padre di Pietro che nella sua esaltata passione per l’escursionismo trascina anche il figlio senza accorgersi del suo malessere durante le salite, e coinvolge anche Bruno che lentamente entra in confidenza con Gianni e a poco a poco, grazie anche alle attenzione di sua moglie, inizia a dedicare a lui quei gesti intimi di padre.  E Pietro se ne rende conto, osserva, qualcosa brucia dentro  ma la cosa più importante è la loro amicizia, condizione per lui imprescindibile . Passano gli anni, Bruno è invitato a spostarsi a Milano con Pietro per dedicarsi agli studi che da bambino/pastore ha tralasciato. Questa invadenza nella famiglia di Bruno crea una rottura drastica nella vita dei due giovani e l’allontanamento. 

Pietro cambia, cresce. Il rapporto col padre, che sembra rinascere solo in montagna ma durante gli inverni è assente e distratto, nervoso e scostante, si sgretola lentamente. 

Pietro a Grana non torna quasi più. Mamma e papà si. Bruno è sempre lassù. Perché solo quel luogo lui conosce . Lui è Bruno, montanaro, pastore…ad ogni età lo è.  Solo questo sa fare e sa essere. 

La vita li farà incontrate un’altra volta e questa sarà quella importante. Dove tutto è più forte e preciso perché si incontrano da adulti e quando si è grandi tutto è più netto: l’amore, il dolore, la paura, la solitudine, l’insoddisfazione e i desideri.

Un romanzo che parla di vita, di salite e discese, rapide e senza appigli. Che parla di famiglia, di quella che si ha e di ciò che si voleva o che si vorrebbe. Paolo Cognetti parla a tutti perché parla di ricerca, di fughe all’inseguimento di qualcosa, una risposta, un motivo, una novità. E parla a tutti, perché parla del ritorno. Quello fisico, e quello interiore. Perché spesso ciò che ci affanniamo a cercare lo troviamo proprio quando ci giriamo a riguardare il punto da cui siamo partiti.

Una scrittura pacata che lascia poco spazio ai dialoghi.  Io amo molto il discorso diretto nei romanzi ma in questo caso ho adorato il fatto che l’autore anche nei momenti più forti, avvicinandosi a qualche importante evento narrativo, lasciasse ampio spazio alle descrizioni. Al racconto della montagna, dei suoni, dei colori. Perché è lei la vera e indiscussa protagonista. La montagna: una, precisa, se è chiaro quale sia la vetta della nostra vita, o otto montagne se invece abbiamo  bisogno di scalarle tutte prima di capire dove siamo diretti. È lei che osserva, che consola, che offusca e poi dona, fa riemergere, regala. E sempre lei che quando decide che è arrivato l’inverno, tutto copre. E sotto quella neve ci sarà sempre una nuova vita?

Con questo suo ultimo romanzo Paolo Cognetti mette nelle mani dei lettori un gioiello. Insegna ad alzare gli occhi dalla bassa pianura, a stupirsi della natura, ad ascoltare il battito del proprio cuore che danza al ritmo del canto degli uccelli. Insegna la bellezza di una scrittura che si fa ode al mondo che ci circonda, che invita al silenzio e all’ascolto. Con Paolo Cognetti impariamo che siamo sempre in tempo a tornare alle origini, quelle della terra, dei ritmi naturali e giusti. Impariamo a commuoverci ancora davanti alle storie di vite vere, lontane dalle nostre. E a commuoverci anche un po per la nostra, perché in ogni lettore sono nascosti, o forse nemmeno così tanto nascosti, Bruno, Pietro, Gianni e tutte le persone ( non i personaggi!) che animano le intense pagine di Paolo Cognetti. 

Con commozione. 


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BORGO VECCHIO di Giosuè Calaciura

Oggi ho letto un romanzo breve, non brevissimo. Volevo leggere qualcosa di poco impegnativo in attesa di digerire il precedente e buttarmi sul prossimo premiato titolo. 

Il libro in questione si è rivelato forte e impegnativo contro ogni aspettativa. E bello. Talmente bello che l’unica critica che posso fare è che sia troppo breve.

Eccolo.

Ma chi ci pensava! Non ho mai dubitato delle Edizioni Sellerio Palermo ma allo stesso tempo non avevo nemmeno mai letto Calaciura e devo dire che mi disturbava un po anche il formato…abituata  al Sellerio da borsetta! 

Entro nella storia dalla finestra! Ci credete? Quella in copertina! Quante finestre ci sono a Borgo Vecchio. Talmente tante da diventare parte integrante della storia. Da esse entrano ed escono voci, luci, ombre, promesse e destini. 

Mimmo e Cristofaro sono migliori amici, compagni di scuola e di interi pomeriggi. Il padre di Mimmo, Giovanni, ha una salumeria e truffa i clienti ad ogni pesata. Il padre di Cristoforo beve. Tanto. E la sera, ogni sera, lo riempie di botte. Dalle finestre di Borgo Vecchio entrano ed escono le urla di Cristofaro. E tutti le sentono. E alzano il volume della televisione. Scuotono il capo. Nessuno interviene. Ognuno ha le proprie miserie a Borgo Vecchio.  Una delle finestre di Borgo Vecchio dà su un balcone, piccolo e angusto, esposto al sole d’estate e alla pioggia d’inverno. In quel piccolo spazio che sembra fatto su misura per lei, siede la piccola Celeste. La finestra è chiusa, Carmela si sta vendendo al cliente di turno, e la figlia come ogni giorno quando non è a scuola, attende sul balcone, sprofondata nel suo sussidiario, in un libro, in un disegno.

Alle signore perbene che attraversano Borgo Vecchio capita che vengano investite da un insolito vento, una folata  inaspettata ed imprevedibile, purtroppo per loro inevitabile. Ma quale vento! Quello è Totò! Ladro del paese, pistola nel calzino e piedi talmente veloci che dopo anni e anni di furti ancora le forze dell’ordine non ne hanno un esatto identikit. Solo la schiena, ormai lontana, riescono ad intravedere le vittime di turno.

Nella Palermo più povera e umile, tra vicoli angusti e mercati rionali, finestre sempre aperte e rumori di vite esauste, si svolge la vicenda narrata da Calaciura. Un pezzo di storia di una grande famiglia, perché Borgo Vecchio questo è . Tutti si conoscono, si sfiorano, si scontrano, si amano, si tradiscono, si vendicano. E nascono, in qualche modo, crescono e o poi fortunati alle volte lasciano. 

Una prostituta dal manto di una madonna, bambini dal destino segnato, un parroco non troppo onesto, espedienti e malaffare, e fame. Si. Miseria e fame. Le grandi giustificatrici. Perché quando non si mangia una soluzione la si deve trovare, no? 

Una storia densa di vita. E di crudele sopravvivenza. Odori, sapori, corpi, rumori, desiderio e dolore, amore e consolazione. Parole perfettamente pesate, una scrittura poetica, misurata e pacata ma di una forza comunicativa disarmante.

In punta di piedi, silenziosamente, affacciamoci ad una finestra di questo piccolo mondo, e guardiamo. Ecco, vedete? È la festa della Santa Patrona. Che entusiasmo, ci sono proprio tutti! Cosa avete sentito? Una folata di vento? Ma anche uno sparo. Si, uno sparo. A Borgo Vecchio succede anche questo.

BORGO VECCHIO di Giosuè Calaciura_ Sellerio Editore Palermo _ pagg 134

#giosuècalaciura #borgovecchio #sellerioeditorepalermo #palermo #storiedivita

La più amata di Teresa Ciabatti  

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Oggi Virginia compie 16 mesi. Come accade, appunto, da 16 mesi, riesco a leggere e a scrivere solo se la piccola decide di fare un sonnellino. Eccomi qui, accanto a lei. Il ventilatore acceso e posto su un paio di almanacchi del calcio affinché l’aria arrivi proprio a noi due distese sul letto. Velocità 1. Nessun disturbo. Perché per parlarvi del libro di oggi serve questa atmosfera.

Ho letto numerose recensioni, commenti di ogni genere, opposti, concordi, critici ed esageratamente lodanti. Non mi sono trovata d’accordo, del tutto, con nessuno di essi. Voglio dire la mia, perché LA PIÙ AMATA di Teresa Ciabatti mi ha provocato una miriade di pensieri, di emozioni, e devo ammettere che per un paio di notti mi ha disturbato il sonno. Potessero tutti i libri venirmi a trovare la notte…continuare a parlarmi, imporsi come incubi o come favole leggere. Si è imposto, in questo caso. Un romanzo che irrompe dentro chi legge, è, ancor meglio, dirompente . Rubando un grande titolo ad una grandissima autrice, ho pensato durante tutta la lettura che ci fosse tanta rabbia e poco orgoglio. Quanta rabbia nelle pagine di Teresa Ciabatti! Io l’ho percepita e anche condivisa alle volte. La storia della sua famiglia, ecco cosa appare a prima vista questo romanzo . La storia della ricerca di se stessa e della verità sul proprio passato, famigliare e interiore. Ecco cos’è in realtà. Avrò ragione? Non so, ma credo che l’intento dell’autrice fosse piu la cura di sé che la pura narrazione . La storia in parte si conosce, o meglio, qualcosa sul periodo delle P2, i cosiddetti massoni e gli intrighi di potere avvenuti appunto negli anni ottanta, quando Teresa era bambina, forse li ricordiamo o ne abbiamo letto. 
Teresa Ciabatti con una scrittura diretta, scarna, pungente al massimo, punta l’occhio di bue su suo padre, il Professor Lorenzo Ciabatti, primario di chirurgia ad Orbetello. Il Professore. Com’è buono Il Professore, magnanimo, generoso, un santo! Il Professore, un corrotto, un massone, gran maestro della Loggia di Firenze,  ateo, traditore, bugiardo, fascista. Ma chi é veramente suo padre? Quel padre che lei da bambina ha adorato, nel vero senso della parola. Di cui si stimava nei corridori dell’ospedale, guardando medici e infermieri che come sudditi servili si inchinavano al passaggio del primario come a un re, e lei, piccola, mano nella mano, al suo fianco, a ricambiare quei timidi cenni del capo. Lei, Teresa Ciabatti, la più amata. Ma c’è un’altra voce che grida forte “Voglio sapere chi è veramente Lorenzo Ciabatti, mio marito”. E quante volte lo urlerà in faccia al diretto interessato, e quante altre volte all’investigatore privato. Lei, la reietta, la madre, moglie. Francesca Fabiani, medico anestesista, la professoressa che a tutto rinuncerà per essere la moglie del Professore. E c’è anche un figlio, Gianni. Gemello eterozigote di Teresa. Lui incassa. Lui non strilla. Lui guarda, vive la sua vita. Lui tace. Lui non è il più amato, vero Teresa? 

Una famiglia; una villa, la prima con piscina nell’ Argentario. Quattrocento metri quadrati. Otto camere. Undici bagni. E la piscina è la regina. La prima col mosaico a cinque colori e il bordo in travertino. E un segreto. Proprio li sotto, sotto a quei blu in cui la più amata e Gianni giocano, si tuffano. Il bunker. La storia ha inizio proprio da quel bunker. Il rapimento di Lorenzo Ciabatti e la corsa di Francesca coi figli verso il bunker. Nascosti. Terrorizzati. Confusi. 

La storia continua, Lorenzo non morirà in quel frangente. L’iddilio di un’infanzia da mille e una notte si tramuterà in un’adolescenza drammatica. Fatta di segreti e bugie. Di un padre assente e una madre frustrata e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Di politici, industriali, amici nuovi di papà, soldi, tanti soldi. Pistole nel cassetto insieme a lingotti d’oro. E poi il trauma. Papà è pieno di debiti, la separazione, la fuga a Roma di Francesca coi figli, lontani da quel Professore che nasconde segreti. Allora Teresa cresce, o almeno ci prova. Mangia, mangia troppo. Ingrassa e si ferisce. Grida aiuto. Cerca sguardi che non ci sono più. Abbracci che sembrano finiti. Dove sono gli sguardi invidiosi delle compagne di danza? O delle amiche? Dove sono le riverenze delle persone per strada, o nei corridoi dell’ospedale. Tutto finito. 

Una smodata ricerca. La storia di una donna ormai adulta, madre, che tenta di ricucire ferite profonde e ancora aperte e sanguinanti che il suo passato le ha inferto. I genitori ormai morti, il fratello che ha scelto di vivere come fratelli non fossero, una figlia a cui fa fatica essere madre, la classica mamma da cui ci si aspetta sempre e soltanto. Un passato ancora agonizzante (non morto, non solo un ricordo) e un presente che ne sta pagando e portando il peso. Sul cuore di Teresa Ciabatti. A nudo su queste 218 pagine che l’autrice consegna a noi lettori. Pagine immense. Pagine che ho amato dalla prima all’ultima. Sperando in un riscatto. Che forse ancora non c’è stato. Odiando e amando con lei, forse a volte odiando anche la stessa Teresa, viziata e disturbante. Ma vera. Sincera fino all’ultima pagina. 

Un romanzo di rabbia e solitudine. Un romanzo di forza e caparbietà. Un romanzo che è una delle tante espressioni della vita, quella scritta, vergata col sangue che pulsa nelle vene di scrive. 

Un romanzo che di premi dovrebbe vincerne tanti, da qui a venire. Ma che importa? La vita decide lei se premiarci o toglierci tutto. Ma se decide di togliere, ne sono certa, prima o poi regalerà il doppio. 

Vi ho convinto? Forse non ancora. Voi leggetelo…vi aspetto.

 


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