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Un libro all'ora del tè


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DUE MOGLI 2 AGOSTO 1980 di Maria Pia Ammirati

2mogliHanno quasi quarant’anni. Si chiamano Marta e Matilde. Marta è emancipata, mette gonne corte, trucco evidente. Ha cinque figlie, un marito infedele e una passione per le riviste femminili. Passione che condivide con Matilde, vicina di casa e amica; due figli maschi, un marito fedele e noioso, puntiglioso e metodico. Gonne sotto il ginocchio, senza trucco e senza particolari slanci di qualsivoglia natura. Due mogli, due amiche, una l’opposto dell’altra. Il 2 Agosto 1980 la famiglia Di Giacomo, Matilde, il marito e i due figli maschi, parte per le vacanze. Lascia Roma come ogni anno, di mattina alla stessa ora. La stessa mattina Marta scopre di essere incinta per la sesta volta e si reca all’ospedale, il marito invece come ogni mattina va in negozio, una boutique di sua proprietà, e incontra l’amante; le figlie sparse chissà dove. E’ sempre il 2 Agosto del 1980. Gianna, è la figlia maggiore di Marta. Studia a Bologna e per mantenersi lavora al bar della Stazione Centrale. Ma non quella mattina: c’è un importante seminario di Filologia Romanza che Gianna proprio non può perdere e ha cambiato il suo turno con Anna Rosa, la collega siciliana che ad un turno di notte non dice mai di no, perché è pagato bene. A Bologna vive anche Marina, vent’anni, una bella ragazza, fidanzata; in seguito ad un incidente sul precedente lavoro, trova un ottimo posto come impiegata amministrativa alla Stazione Centrale di Bologna.

E’ sempre il 2 Agosto 1980. Sono le 10,25. I vetri dell’aula in cui Gianna sta seguendo il corso del professor Antonelli, tremano, tintinnano e a tutti sembra di “sentire l’eco di un colpo lontano, cupo, un rantolo”.

Sono da poco passate le 10,25 e la famiglia Di Giacomo, viaggia in direzione mare quando un’edizione straordinaria del radio giornale annuncia di un grave incidente alla stazione di Bologna, forse lo scoppio di una caldaia. In quell’esatto momento, l’annuncio di quello scoppio segnerà anche il loro destino.

Nessuna caldaia, come sappiamo. Non un grave incidente. Bensì un disastro. Un’ecatombe. Una strage. La strage. Il 2 Agosto 1980, mentre qualche diabolica mente, e qualche diabolica mano, macchinavano ed eseguivano una tra le peggiori azioni di cui mai in Italia si è sentito parlare, persone andavano in vacanza, come la famiglia Di Giacomo, altri semplicemente a lavorare, come ogni mattina; così Marina nel blocco della Stazione Centrale di Bologna, proprio quello colpito dalla violenta esplosione. C’è chi al lavoro doveva andare ma per un caso fortuito non è andato, come Gianna che porta dentro di sé lo strazio della morte di Anna Rosa, che lavorava al posto suo al bar proprio adiacente alla sala d’attesa della seconda classe, luogo dell’esplosione.

Una mattina normale, un giorno caldo di Agosto. E’ il 1980. A poca distanza da quel giorno compivo il mio primo anno di vita. Non ho ricordi, solo memoria di racconti degli adulti che hanno vissuto, indirettamente, attraverso la televisione, questo indelebile segno vergato sulle pagine della storia della nostra nazione. E così, con una penna delicata ma sicura, drammatica e a tratti commovente, Maria Pia Ammirati, dall’alto della sua esperienza di scrittrice, ci consegna questo punto di vista quotidiano, normale, semplice, comune. Come comuni sono i suoi protagonisti, che potremmo essere noi, lettori. Uno sguardo sulle vite di chi la strage l’ha sfiorata e ne porta ancora addosso schegge dolorose, e un pensiero rivolto a chi la strage se l’è portato via, lasciando altrettante schegge brucianti sulla pelle e nel cuore di chi è rimasto. Una sola storia, tra le altre veritiere e plausibili, è una testimonianza, vera, drammatica. Marina ce l’ha fatta; è vittima ma sopravvissuta, testimone e memoria storica, viva, di quanto è accaduto.

L’autrice non risparmia il lettore; le schegge di quella deflagrazione arrivano dritte a chi legge. Lo fa, e lo fa bene. Smuove e fa riflettere. Ferisce per scuoterci, e a me sembra urlare “Hai dimenticato, lettrice?”. Non dimentichiamo, anzi, con Maria Pia Ammirati torniamo a quei giorni, e ci attacchiamo alla storia. Non solo alla storia dei suoi personaggi, ma alla storia del nostro paese. E alla nostra storia personale: una riflessione sul destino che ci lascia, in silenzio, a meditare su quanti pochi istanti servano per cambiare, migliorare o peggiorare, interrompere una vita. Attimi, millesimi di secondo. E siamo altro, o non siamo più. Il destino, un mistero insondabile, incomprensibile alle volte, talvolta beffardo, a volte benevolo. Quel giorno era vestito di nero. Il 2 Agosto 1980.

 

Due Mogli 2 Agosto 1980 di Maria Pia Ammirati_Mondadori_2017_139 pagg

 

 


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LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti  

Se siete in vacanza e non avete ancora scelto cosa leggere, ascoltatemi bene oggi. Ho il consiglio giusto per voi! Se siete a casa e passerete l’estate a rilassarvi sul divano con l’aria condizionata e non volete saperne di valige, aerei, code, spiagge etc…bene, avete bisogno di un buon libro. E io oggi ho il consiglio giusto per voi! Vi aspetta un volo interminabile, siete fermi in colonna in autostrada, siete in mare aperto in barca a vela, su un ghiacciaio, in aperta campagna, su un fiordo, in moto lungo la route 66, state nuotando in un cenote, o cenando coi piedi sulla sabbia…insomma, dove vi pare?! Vi serve un libro, anzi no, vi serve questo libro! 

Perché LE OTTO MONTAGNE di Paolo Cognetti è un romanzo di cui tutti hanno bisogno. Esagerata come sempre, state pesando! No, o forse si, ma che importa! Io l’ho finito poche ore fa e sono ancora nella fase ‘E adesso come faccio…”

Insomma, un premio Strega 2017 tutto meritato, ma per un motivo particolare. Questo è un romanzo per tutti. Che si rivolge a tutti e ha qualcosa da dire a chiunque si addentri tra queste pagine.

Un romanzo di formazione, possiamo definirlo così. Bruno e Pietro sono amici. Migliori amici. Si conoscono da bambini a Grana, un paesino ai piedi del Monte Rosa. I genitori di Pietro sono da sempre amanti della montagna, le loro vette sono quelle delle Dolomiti, le quali hanno anche assistito  al loro matrimonio celebrato ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. Bruno è nato a Grana, i genitori anche, e i nonni e sicuramente i nonni dei nonni. Non ha visto altri luoghi al di fuori di questo e di tutti sentieri, le valli, i laghi, i fiumi che risiedono ai piedi del Monte Rosa. Pietro abita a Milano e passa tutte le estati a Grana. Bruno porta al pascolo le vacche, si occupa delle forme di toma, e passa gli inverni in attesa di Pietro. E ogni estate, per tutta la loro infanzia e parte della loro adolescenza, la passano insieme. Tra avventure nei boschi, irruzioni in ruderi abbandonati, giochi nei fiumi, vere e proprie esplorazioni di ogni singolo angolo di quelle montagne, crescono. Crescono sotto l’attenta guida delle montagne. E di Gianni, il padre di Pietro che nella sua esaltata passione per l’escursionismo trascina anche il figlio senza accorgersi del suo malessere durante le salite, e coinvolge anche Bruno che lentamente entra in confidenza con Gianni e a poco a poco, grazie anche alle attenzione di sua moglie, inizia a dedicare a lui quei gesti intimi di padre.  E Pietro se ne rende conto, osserva, qualcosa brucia dentro  ma la cosa più importante è la loro amicizia, condizione per lui imprescindibile . Passano gli anni, Bruno è invitato a spostarsi a Milano con Pietro per dedicarsi agli studi che da bambino/pastore ha tralasciato. Questa invadenza nella famiglia di Bruno crea una rottura drastica nella vita dei due giovani e l’allontanamento. 

Pietro cambia, cresce. Il rapporto col padre, che sembra rinascere solo in montagna ma durante gli inverni è assente e distratto, nervoso e scostante, si sgretola lentamente. 

Pietro a Grana non torna quasi più. Mamma e papà si. Bruno è sempre lassù. Perché solo quel luogo lui conosce . Lui è Bruno, montanaro, pastore…ad ogni età lo è.  Solo questo sa fare e sa essere. 

La vita li farà incontrate un’altra volta e questa sarà quella importante. Dove tutto è più forte e preciso perché si incontrano da adulti e quando si è grandi tutto è più netto: l’amore, il dolore, la paura, la solitudine, l’insoddisfazione e i desideri.

Un romanzo che parla di vita, di salite e discese, rapide e senza appigli. Che parla di famiglia, di quella che si ha e di ciò che si voleva o che si vorrebbe. Paolo Cognetti parla a tutti perché parla di ricerca, di fughe all’inseguimento di qualcosa, una risposta, un motivo, una novità. E parla a tutti, perché parla del ritorno. Quello fisico, e quello interiore. Perché spesso ciò che ci affanniamo a cercare lo troviamo proprio quando ci giriamo a riguardare il punto da cui siamo partiti.

Una scrittura pacata che lascia poco spazio ai dialoghi.  Io amo molto il discorso diretto nei romanzi ma in questo caso ho adorato il fatto che l’autore anche nei momenti più forti, avvicinandosi a qualche importante evento narrativo, lasciasse ampio spazio alle descrizioni. Al racconto della montagna, dei suoni, dei colori. Perché è lei la vera e indiscussa protagonista. La montagna: una, precisa, se è chiaro quale sia la vetta della nostra vita, o otto montagne se invece abbiamo  bisogno di scalarle tutte prima di capire dove siamo diretti. È lei che osserva, che consola, che offusca e poi dona, fa riemergere, regala. E sempre lei che quando decide che è arrivato l’inverno, tutto copre. E sotto quella neve ci sarà sempre una nuova vita?

Con questo suo ultimo romanzo Paolo Cognetti mette nelle mani dei lettori un gioiello. Insegna ad alzare gli occhi dalla bassa pianura, a stupirsi della natura, ad ascoltare il battito del proprio cuore che danza al ritmo del canto degli uccelli. Insegna la bellezza di una scrittura che si fa ode al mondo che ci circonda, che invita al silenzio e all’ascolto. Con Paolo Cognetti impariamo che siamo sempre in tempo a tornare alle origini, quelle della terra, dei ritmi naturali e giusti. Impariamo a commuoverci ancora davanti alle storie di vite vere, lontane dalle nostre. E a commuoverci anche un po per la nostra, perché in ogni lettore sono nascosti, o forse nemmeno così tanto nascosti, Bruno, Pietro, Gianni e tutte le persone ( non i personaggi!) che animano le intense pagine di Paolo Cognetti. 

Con commozione. 


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BORGO VECCHIO di Giosuè Calaciura

Oggi ho letto un romanzo breve, non brevissimo. Volevo leggere qualcosa di poco impegnativo in attesa di digerire il precedente e buttarmi sul prossimo premiato titolo. 

Il libro in questione si è rivelato forte e impegnativo contro ogni aspettativa. E bello. Talmente bello che l’unica critica che posso fare è che sia troppo breve.

Eccolo.

Ma chi ci pensava! Non ho mai dubitato delle Edizioni Sellerio Palermo ma allo stesso tempo non avevo nemmeno mai letto Calaciura e devo dire che mi disturbava un po anche il formato…abituata  al Sellerio da borsetta! 

Entro nella storia dalla finestra! Ci credete? Quella in copertina! Quante finestre ci sono a Borgo Vecchio. Talmente tante da diventare parte integrante della storia. Da esse entrano ed escono voci, luci, ombre, promesse e destini. 

Mimmo e Cristofaro sono migliori amici, compagni di scuola e di interi pomeriggi. Il padre di Mimmo, Giovanni, ha una salumeria e truffa i clienti ad ogni pesata. Il padre di Cristoforo beve. Tanto. E la sera, ogni sera, lo riempie di botte. Dalle finestre di Borgo Vecchio entrano ed escono le urla di Cristofaro. E tutti le sentono. E alzano il volume della televisione. Scuotono il capo. Nessuno interviene. Ognuno ha le proprie miserie a Borgo Vecchio.  Una delle finestre di Borgo Vecchio dà su un balcone, piccolo e angusto, esposto al sole d’estate e alla pioggia d’inverno. In quel piccolo spazio che sembra fatto su misura per lei, siede la piccola Celeste. La finestra è chiusa, Carmela si sta vendendo al cliente di turno, e la figlia come ogni giorno quando non è a scuola, attende sul balcone, sprofondata nel suo sussidiario, in un libro, in un disegno.

Alle signore perbene che attraversano Borgo Vecchio capita che vengano investite da un insolito vento, una folata  inaspettata ed imprevedibile, purtroppo per loro inevitabile. Ma quale vento! Quello è Totò! Ladro del paese, pistola nel calzino e piedi talmente veloci che dopo anni e anni di furti ancora le forze dell’ordine non ne hanno un esatto identikit. Solo la schiena, ormai lontana, riescono ad intravedere le vittime di turno.

Nella Palermo più povera e umile, tra vicoli angusti e mercati rionali, finestre sempre aperte e rumori di vite esauste, si svolge la vicenda narrata da Calaciura. Un pezzo di storia di una grande famiglia, perché Borgo Vecchio questo è . Tutti si conoscono, si sfiorano, si scontrano, si amano, si tradiscono, si vendicano. E nascono, in qualche modo, crescono e o poi fortunati alle volte lasciano. 

Una prostituta dal manto di una madonna, bambini dal destino segnato, un parroco non troppo onesto, espedienti e malaffare, e fame. Si. Miseria e fame. Le grandi giustificatrici. Perché quando non si mangia una soluzione la si deve trovare, no? 

Una storia densa di vita. E di crudele sopravvivenza. Odori, sapori, corpi, rumori, desiderio e dolore, amore e consolazione. Parole perfettamente pesate, una scrittura poetica, misurata e pacata ma di una forza comunicativa disarmante.

In punta di piedi, silenziosamente, affacciamoci ad una finestra di questo piccolo mondo, e guardiamo. Ecco, vedete? È la festa della Santa Patrona. Che entusiasmo, ci sono proprio tutti! Cosa avete sentito? Una folata di vento? Ma anche uno sparo. Si, uno sparo. A Borgo Vecchio succede anche questo.

BORGO VECCHIO di Giosuè Calaciura_ Sellerio Editore Palermo _ pagg 134

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La più amata di Teresa Ciabatti  

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Oggi Virginia compie 16 mesi. Come accade, appunto, da 16 mesi, riesco a leggere e a scrivere solo se la piccola decide di fare un sonnellino. Eccomi qui, accanto a lei. Il ventilatore acceso e posto su un paio di almanacchi del calcio affinché l’aria arrivi proprio a noi due distese sul letto. Velocità 1. Nessun disturbo. Perché per parlarvi del libro di oggi serve questa atmosfera.

Ho letto numerose recensioni, commenti di ogni genere, opposti, concordi, critici ed esageratamente lodanti. Non mi sono trovata d’accordo, del tutto, con nessuno di essi. Voglio dire la mia, perché LA PIÙ AMATA di Teresa Ciabatti mi ha provocato una miriade di pensieri, di emozioni, e devo ammettere che per un paio di notti mi ha disturbato il sonno. Potessero tutti i libri venirmi a trovare la notte…continuare a parlarmi, imporsi come incubi o come favole leggere. Si è imposto, in questo caso. Un romanzo che irrompe dentro chi legge, è, ancor meglio, dirompente . Rubando un grande titolo ad una grandissima autrice, ho pensato durante tutta la lettura che ci fosse tanta rabbia e poco orgoglio. Quanta rabbia nelle pagine di Teresa Ciabatti! Io l’ho percepita e anche condivisa alle volte. La storia della sua famiglia, ecco cosa appare a prima vista questo romanzo . La storia della ricerca di se stessa e della verità sul proprio passato, famigliare e interiore. Ecco cos’è in realtà. Avrò ragione? Non so, ma credo che l’intento dell’autrice fosse piu la cura di sé che la pura narrazione . La storia in parte si conosce, o meglio, qualcosa sul periodo delle P2, i cosiddetti massoni e gli intrighi di potere avvenuti appunto negli anni ottanta, quando Teresa era bambina, forse li ricordiamo o ne abbiamo letto. 
Teresa Ciabatti con una scrittura diretta, scarna, pungente al massimo, punta l’occhio di bue su suo padre, il Professor Lorenzo Ciabatti, primario di chirurgia ad Orbetello. Il Professore. Com’è buono Il Professore, magnanimo, generoso, un santo! Il Professore, un corrotto, un massone, gran maestro della Loggia di Firenze,  ateo, traditore, bugiardo, fascista. Ma chi é veramente suo padre? Quel padre che lei da bambina ha adorato, nel vero senso della parola. Di cui si stimava nei corridori dell’ospedale, guardando medici e infermieri che come sudditi servili si inchinavano al passaggio del primario come a un re, e lei, piccola, mano nella mano, al suo fianco, a ricambiare quei timidi cenni del capo. Lei, Teresa Ciabatti, la più amata. Ma c’è un’altra voce che grida forte “Voglio sapere chi è veramente Lorenzo Ciabatti, mio marito”. E quante volte lo urlerà in faccia al diretto interessato, e quante altre volte all’investigatore privato. Lei, la reietta, la madre, moglie. Francesca Fabiani, medico anestesista, la professoressa che a tutto rinuncerà per essere la moglie del Professore. E c’è anche un figlio, Gianni. Gemello eterozigote di Teresa. Lui incassa. Lui non strilla. Lui guarda, vive la sua vita. Lui tace. Lui non è il più amato, vero Teresa? 

Una famiglia; una villa, la prima con piscina nell’ Argentario. Quattrocento metri quadrati. Otto camere. Undici bagni. E la piscina è la regina. La prima col mosaico a cinque colori e il bordo in travertino. E un segreto. Proprio li sotto, sotto a quei blu in cui la più amata e Gianni giocano, si tuffano. Il bunker. La storia ha inizio proprio da quel bunker. Il rapimento di Lorenzo Ciabatti e la corsa di Francesca coi figli verso il bunker. Nascosti. Terrorizzati. Confusi. 

La storia continua, Lorenzo non morirà in quel frangente. L’iddilio di un’infanzia da mille e una notte si tramuterà in un’adolescenza drammatica. Fatta di segreti e bugie. Di un padre assente e una madre frustrata e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Di politici, industriali, amici nuovi di papà, soldi, tanti soldi. Pistole nel cassetto insieme a lingotti d’oro. E poi il trauma. Papà è pieno di debiti, la separazione, la fuga a Roma di Francesca coi figli, lontani da quel Professore che nasconde segreti. Allora Teresa cresce, o almeno ci prova. Mangia, mangia troppo. Ingrassa e si ferisce. Grida aiuto. Cerca sguardi che non ci sono più. Abbracci che sembrano finiti. Dove sono gli sguardi invidiosi delle compagne di danza? O delle amiche? Dove sono le riverenze delle persone per strada, o nei corridoi dell’ospedale. Tutto finito. 

Una smodata ricerca. La storia di una donna ormai adulta, madre, che tenta di ricucire ferite profonde e ancora aperte e sanguinanti che il suo passato le ha inferto. I genitori ormai morti, il fratello che ha scelto di vivere come fratelli non fossero, una figlia a cui fa fatica essere madre, la classica mamma da cui ci si aspetta sempre e soltanto. Un passato ancora agonizzante (non morto, non solo un ricordo) e un presente che ne sta pagando e portando il peso. Sul cuore di Teresa Ciabatti. A nudo su queste 218 pagine che l’autrice consegna a noi lettori. Pagine immense. Pagine che ho amato dalla prima all’ultima. Sperando in un riscatto. Che forse ancora non c’è stato. Odiando e amando con lei, forse a volte odiando anche la stessa Teresa, viziata e disturbante. Ma vera. Sincera fino all’ultima pagina. 

Un romanzo di rabbia e solitudine. Un romanzo di forza e caparbietà. Un romanzo che è una delle tante espressioni della vita, quella scritta, vergata col sangue che pulsa nelle vene di scrive. 

Un romanzo che di premi dovrebbe vincerne tanti, da qui a venire. Ma che importa? La vita decide lei se premiarci o toglierci tutto. Ma se decide di togliere, ne sono certa, prima o poi regalerà il doppio. 

Vi ho convinto? Forse non ancora. Voi leggetelo…vi aspetto.

 


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Post volanti per libri troppo belli…

Oggi, alle 17, su webradio 5.9 io e la Vale abbiamo dedicato l’intera puntata a questo romanzo stupendo…

Ora sono a casa, seduta sul letto. Virgi dorme qui accanto e io sfoglio nuovamente le pagine della bravissima Donatella Di Pietrantonio.  Ma come posso non dedicarle anche solo due righe del blog. Sfoglio, avanti e indietro, rileggo le pagine marcate, sottolineate…e mi ritrovo. Sentimenti già provati durante la lettura: disagio, tristezza, speranza, commozione. In gusto amaro in bocca ma consapevole di cosa io stia gustando: vita. 

La maternità, la figliolanza. Due misteri incommensurabili. Frasi secche, scarne, libere da fronzoli quelle di Donatella Di Pietrantonio, che pianta il coltello delle sue parole vergando la pagina con forza, la stessa con cui le sue parole marchiano l’anima e il cuore di chi legge. Credetemi, amici lettori di A Cup Of Books…questo è un libro che non può lasciarvi indifferenti, nel bene o nel male che sia. 

Madri come luoghi di incontri, di avvicinamento, di ritorno…madri che soffrono, lasciano, riprendono. Madri felici e madri tristi. Figli che nascono piangendo. E a piangere continuano. Figli che cercano luoghi materni. Figli destinati a crescere . Figli che ce la fanno. E sono migliori. 

Madri e figli. Una benedizione. Un mistero.

 Leggetelo…

Donatella Di Pietrantonio ” L’ Arminuta” EINAUDI 2017 


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Blog e radio…l’inizio di un amore!  

I blog possono attendere, essere per un attimo dimenticati, o meglio, messi a riposo. Restano li, spazi pronti per essere riempiti al momento opportuno. Ti aspettano. Quando arriva il pensiero giusto, quando un’idea ha bisogno di trovare forma scritta, quando noi stessi abbiamo la necessità di vedere le nostre esperienze scritte e fermate sulla pagina, allora il blog, questo nostro angolo personale, rifugio virtuale che poi così virtuale alle fine non è, si rianima. 

Ciò  che non riesco invece a fermare e la mia passione per le storie. I libri non possono mai attendere. Il tempo a disposizione cambia come cambia la vita, ma i libri ci seguono…alle volte ci inseguono! Almeno per me è così. Ho scritto per un po di tempo, poi ho rallentato, poi è arrivata la piccola Virgi a riempire le mie pagine, e ora scrivo pochissimo…quanto mi manca! Ma la lettura, il desiderio di storie, non mie, da far diventare mie…quella non si placa. Libri letti tanti. Nel mio cuore custoditi, alcuni forse in parte dimenticati, ma presenti, tutti.

E da un po di tempo mi è capitata l’occasione di recensire e consigliare ma non in forma scritta! Dalla parola scritta a quella orale, da un blog su web a una radio sempre su web! Che avventura! La tua voce si anima, l’entusiasmo per un libro letto si riversa tramite un microfono tramite la rete, occasione preziosa per dire ancora una volta…dai, leggi! Si, dico proprio a te! Ci sono storie per tutti! Anche per te! Non sai cosa ti stai perdendo! Insomma…che bella esperienza sto facendo! Amici, che mi leggete, avevo solo tanta voglia di dirvelo, e ancora una volta fermare su una pagina bianca le mie emozioni e i miei ricordi.

Quanto durerà? Chi lo sa. Ma adesso è bello. Fosse solo una rapida meteora nella mia vita. Ho avuto un’occasione in più per raccontare qualcosa di speciale, farlo col sorriso, sperando di provocarne tanti altri.

Dimenticavo una cosa, forse la più importante…quando meno te lo aspetti arriva una nuova amica…grazie a Citofonare 5.9 e alla mia Catwoman preferita. 

Seguitemi! 

#radio5punto9 #bloggerspeaker #webradio #citofonare5punto9 #ioelavale #followus #NONSOLOLIBRI #libridaraccontare  


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NESSUNO COME NOI di Luca Bianchini 

Di Luca Bianchini _Mondadori _2017

Dopo il grande successo in libreria e al cinema con Io che amo solo te e il suo seguito, La cena di Natale, Luca Bianchini non fa aspettare troppo i suoi lettori e inizia l’anno nuovo con una storia diversa e dai contorni autobiografici, ma assolutamente fedele e coerente allo stile dell’autore. Uno scrittore giovane e nel pieno della sua carriera, amato dal nord  al sud, da grandi e piccini, uomini e donne. Perché anche con Nessuno come noi (Mondadori- Gennaio 2017) parla a tutti, indistintamente. Qualcuno lo definisce quasi un romanzo Young Adult: un liceo, un gruppo di ragazzi alle prese con  la scuola, l’amore, l’amicizia, l’estrazione sociale e le famiglie. Gita di classe, feste private, la moda che si impone. Tutti ingredienti che fanno pensare ad un libro per ragazzi. Non sono d’accordo, o meglio, non del tutto. Luca Bianchini, con Vince, Cate, Spagna, Romeo, prende il lettore e accende lo schermo sul 1987, incollando molto lettori non solo alla storia, ma ai propri ricordi. Tra paninari e dark, felpe della Best Company e Levi’s 501, Duran contro Spandau e sorcine convinte, non possiamo che sorprenderci a sorridere e forse anche a commuoverci un po’ pensando agli anni passati. Ognuno pensa ai propri anni, non per tutti l’anno della piena adolescenza era l’87  ma certamente certe dinamiche non cambiano mai. Quelle dell’amore, per esempio, come quello di Vince per Cate: a diciassette anni alle volte vince la regola dell’amico, che ha fatto soffrire tutti almeno una volta nella vita, non trovate? Oppure le dinamiche famigliari, come quelle tra Spagna e sua madre, malata di soap opera sudamericane e incapace di accettare l’abbigliamento dark della figlia, che si innamora solo di “sfattoni” che poi alla fine si rivelano essre meglio di molti altri. Oppure la dolorosa consapevolezza del tempo che passa e dei sogni di bambini che svaniscono: Romeo con la sua delusione e frustrazione per il tradimento del padre dovrà accettare di essere finalmente cresciuto e di dover guardare in faccia ad una vita che non sarà per sempre fatta solo di ville, feste e scuole private, e ricchezza senza limiti. E poi ci sono gli adulti, quelli che erano adulti quando noi eravamo adolescenti e quelli che siamo noi adesso che stiamo leggendo. Gli adulti  che non sono poi tanto diversi da quelli di oggi: amano, lottano, lavorano per mantenere i figli che si vergognano di loro, soffrono e sbagliano.  E sullo sfondo una bella Torino, appannata dalle corse in motorino, osservata dai finestrini dell’autobus, dalle vetrate di ville in collina, o da piccole finestre di periferia. Ma sempre li, armonica ma solida, imponente ma clemente, che accoglie tutti gli amori e gli umori dei personaggi di Luca Bianchini che ancora una volta ci regala un romanzo per sognatori, sognatori che vogliono ridere, piangere, pensare, rilassarsi e ricordare.  Un’ultima cosa: io ho riaperto la mia Smemoranda anno 1995 e un’emozione dolce-amara mi ha bloccato la gola…forse voleva essere una lacrima, di malinconia, oppure una risata per le avventure di allora viste con gli occhi di oggi. Una cosa è certa: la memoria è ciò che da senso ad ogni nostro attimo presente e ricordare è ciò che ci dà il diritto di cambiare e andare avanti. 
Grazie Luca Bianchini ♡